Ultimo aggiornamento 07.12.2022 - 18:09

I partenariati pubblico-privati e le opportunità della co-progettazione

  • 05 Ago, 2022
Pubblicato in: Notizie
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Dialogo con Vitandrea Marzano, Dirigente dello staff del Sindaco del Comune di Bari e Luca Torri, Amministratore Delegato STU Reggiane Parco dell’Innovazione e della Ricerca del Comune di Reggio Emilia

 

La logica utilizzata dai Comuni per pensare e realizzare le loro attività e funzioni è sempre meno autoreferenziale, grazie a tante forme di compartecipazione e partenariati incentivati anche da recenti normative. Il confronto con diversi portatori di interesse, nei diversi momenti di ideazione, progettazione e attuazione, consente di avere una lettura più articolata dei bisogni e risposte più efficaci, così come i partenariati pubblico-privati favoriscono il finanziamento e la gestione di servizi e infrastrutture di interesse collettivo che non potrebbero essere realizzati con investimenti esclusivamente pubblici.

Ma quand’è che un progetto pubblico può diventare attrattivo e interessante per altri attori del territorio? Come si possono co-responsabilizzare i partner all’interno di un progetto utile all’intera comunità? E quali sono gli strumenti giuridici da utilizzare per definire questi accordi?

Le normative che si sono succedute in questi anni riguardo le funzioni comunali e l’esercizio delle stesse, hanno alla base riferimenti impliciti a diversi modelli d’azione delle amministrazioni locali: negli anni ’90 l’idea dell’efficacia e della conseguente efficienza ha portato a spingere sulla gestione manageriale degli enti e su forme di gestione di stampo sempre più privatistico e, progressivamente, nel corso degli anni 2000, è andata aumentando l’esigenza dell’efficientamento della macchina pubblica cioè della riduzione della spesa pubblica, con una progressiva dismissione (di investimenti, di competenze, di personale, di staff interni, ecc.) e con esternalizzazioni che oggi mostrano, da tanti punti di vista, i loro lati negativi.

Oggi, in era di PNRR, sembra che si possa, anzi che si debba, recuperare un nuovo equilibrio tra efficacia dell’azione pubblica ed efficienza della stessa: la grande complessità da affrontare e gli oneri che ne conseguono, hanno fatto riportare l’attenzione sull’esercizio della cittadinanza attiva come valore e come produttore di valore, così come è stata recuperata la focalizzazione sul ruolo dell’azione del Comune che deve essere sempre e comunque orientata al bene comune, anche quando la gestione operativa venga affidata a soggetti esterni. Per questo teorie e modelli recenti ripensano all’azione pubblica esercitata dai Comuni (in quanto enti prossimi ai cittadini e ai territori) come ad un’azione ecosistemica e sinergica con gli altri attori-chiave: le imprese, le altre istituzioni, i cittadini, le associazioni, ecc. Per definire questo nuovo orientamento generativo dell’azione amministrativa, possiamo attingere all’idea di amministrazione condivisa proposta nel Codice del Terzo settore, ampliando il ricorso agli strumenti tracciati dal Codice oltre gli attori del Terzo settore e verso tutte le diverse forme di collaborazione e co-creazione che i Comuni e gli altri attori del territorio (istituzionali e non) attivano o possono attivare. Perché è vero che i Comuni svolgono un ruolo-chiave nei processi di cambiamento e di sviluppo dei territori ma, evidentemente, non sono i soli attori responsabili della crescita del territorio e del benessere delle persone, delle comunità e dell’ambiente. Sono diversi, quindi, i portatori di interesse che –a vario titolo- possono intervenire nelle fasi di ideazione, progettazione, attuazione, gestione, valutazione delle politiche e dei servizi.

L’esercizio della cittadinanza e la creazione di valore condiviso (che fa l’interesse anche dei privati profit) è anche questo: interiorizzare e affrontare insieme i cambiamenti del quartiere, degli spazi pubblici e, in generale, della città in cui si vive, si lavora, si studia, si produce, ecc. In questo senso, quindi, le diverse forme di partenariato pubblico-privato e le forme di co-progettazione con gli attori del Terzo settore sono processi che –pur facendo riferimento a due strumenti giuridicamente diversi- rappresentano entrambi interventi concertati e strumenti di condivisione di responsabilità tra Comune e altri attori. Anche la compravendita di alcuni spazi pubblici da parte di attori privati può rientrare in questa idea di amministrazione condivisa se, come spiega Luca Torri nell’intervista, le aziende che acquistano sono in grado di partecipare ad un certo tipo di progetto e aderiscono alla “causa comune”, trovando anche tornaconto adeguato alle loro esigenze.

Il processo di coinvolgimento dei portatori di interesse (siano essi imprese, associazioni o semplici cittadini) va fatto fin dall’avvio del percorso di creazione di visioni comuni: per definire insieme da quali bisogni partire, quali sono gli elementi di contesto da tenere in considerazione, ecc. Questo primo momento di condivisione mitiga il conflitto che può nascere dalle diverse posizioni dei portatori di interesse, riduce l’incertezza di chi viene coinvolto in questi processi e può diventare la vera chiave del successo dell’iniziativa. A una condizione però: che non si violi il patto di fiducia sul quale si basa la possibilità di negoziare le posizioni dei diversi portatori di interesse verso un cambiamento che sia sempre più condiviso.

Alla base di un buon partenariato e di una buona co-progettazione dobbiamo collocare la fiducia che nasce e si consolida attraverso diverse vie:

  • la presenza del Sindaco e degli Assessori, ovvero dei decisori politici “rappresentativi”, nei momenti-chiave di questi processi di condivisione, che devono prevedere anche la partecipazione attiva dei portatori di interesse;
  • per essere credibili è importante “fare esattamente quello che si è detto” perché è fondamentale che non ci siano deviazioni dalla vision e dalla strategia condivisa;
  • rispettare i tempi anche se può essere faticoso: questo è un messaggio di attenzione e affidabilità molto importante;
  • impegnarsi a fare “cose belle” quando si interviene su luoghi, edifici e spazi comuni: curare l’aspetto estetico è molto importante, rispettando criteri e valori che devono guidare una città contemporanea. Anche questo è un messaggio importante di cambiamento, di cura e di presa in carico: “il posto più brutto deve diventare il posto più bello”;
  • far guidare i processi collaborativi da persone che siano insieme competenti, per generare engagement, e autorevoli rispetto alla struttura interna al Comune, per tradurre tutto il lavoro di partecipazione e condivisione in azione amministrativa;
  • coinvolgere i portatori di interesse non solo nella co-progettazione ma anche nella gestione per renderli sempre più responsabili;
  • chiarire i confini e le condizioni degli accordi reciproci.

Il successo di iniziative cogenerative, soprattutto partendo dalla scala minima dei quartieri (come fanno tutte le città medie e grandi), dipende principalmente “dalla capacità di costruire una visione condivisa”. Solo in un secondo momento arrivano gli accordi formali e gli strumenti che saldano i patti che l’amministrazione comunale definisce con i diversi portatori di interesse.

Tutti gli strumenti amministrativi messi in campo per suggellare e mettere in opera una co-progettazione o un partenariato con attori privati, sono strumenti che devono essere scelti all’interno di un programma di lungo periodo e nel rispetto della natura giuridica che hanno gli attori coinvolti: diverso, infatti, è che si tratti di riqualificare grandi immobili, oppure di lavorare sull’engagement giovanile, sul coinvolgimento delle famiglie molto vulnerabili, sull’inclusione di migranti, sulla riqualificazione di piazze e spazi pubblici, sull’emersione della classe universitaria, sulla riconversione economico-commerciale, .. . Ogni obiettivo richiede l’uso di strumenti diversi. L’elenco fatto da Vitandrea Marzano durante l’intervista è esemplare: per i Centri Famiglia che lavorano con le famiglie vulnerabili non si possono usare strumenti come il PPP, che scaricano i rischi della gestione sulle famiglie stesse, quindi in quel caso sono stati utilizzati contratti di gestione di servizi; per affidare la gestione degli immobili a gruppi informali di ragazzi sono stati siglati patti di collaborazione; contratti di PPP con un fondo immobiliare privato sono stati invece utilizzati per la riqualificazione della ex manifattura tabacchi; sono poi state sperimentate forme di cooperazione orizzontale molto leggere che sono i consorzi di quartiere, supportati da grant cioè da forme di microcontribuzione; la sperimentazione dell’incentivazione commerciale con quote di co-finanziamento variabile a seconda delle strade e degli obiettivi di rigenerazione”.

Gli accordi formali preventivi, che cioè sono sottoscritti sulla base di una non meglio definita, negoziata e specificata intenzione, rischiano di essere inconcludenti. E’ di sicuro esperienza troppo diffusa quella che fa proliferare protocolli di intesa che restano un’intenzione e non escono dai cassetti nei quali vengono depositati dopo la sottoscrizione. “Gli accordi che funzionano nascono dopo che il progetto è stato definito e sono chiari i confini degli accordi che poi successivamente ha senso formalizzare”.

Le immagini dei due video di Bari e Reggio Emilia possono aiutare a visualizzare che tipo di valore pubblico e condiviso si produce dall’azione co-progettate e co-realizzate e da buoni partenariati pubblico-privati.

Video Reggio Emilia



 

Video Bari

 

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